“Teatro Ragazzi”, “teatro civile”,
“impegnato”, “commerciale”,
primo teatro secondo e terzo, “teatro di parola”,
di gesto, “teatro di regia”.
Queste e cento altre definizioni che serviranno nel
ventennio ‘60/’70 per dibattere, proporre
codificare le molteplici tendenze e i mille percorsi
individuali e di gruppo e per cercare di ritagliare
un’identità territoriale, culturale,
per sbagliare con divertimento.
Anno 2004:
queste definizioni di teatro hanno perso totalmente
il loro valore eversivo e di ricerca, per diventare
“fonemi fossili”, tracce sparse e cumuli
di progetti per bandi e misure speciali da spedire
al ministero dello spettacolo, alla comunità
europea, ai comuni, alle province.
E gia!
Questo perido passerà alla storia come l'epoca
dell’assistenzialismo culturale”, dove
conta senza dubbio più la capacità di
formulare proposte e trattare con i burocrati, che
non la sostanza del teatro stesso.
Aspettando con ansia che i “monumenti cadano
e i piccioni ci cachino sopra”come recita un
nostro grande maestro di commedia dell’arte
Antonio Fava, proviamo ad essere costruttivi.
Abbiamo selezionato personale qualificato (attori,
registi scenografi, musicisti di scena ecc.) per formare
un gruppo di professionisti e di comunicatori attenti,
vitali, preparati. In questo senso le nostre operazioni
teatrali vogliono appassionare, provocare, divertire
con spirito illuministico di costante ricerca attraverso
il linguaggio scenico il rapporto collettività-spettacolo.
Qualora non ci fossero i presupposti per una comunicazione,
il teatro deve approfondire anche l’insostenibilità
di quest’ultima senza mai rifugiarsi nel già
detto- già visto, nel codice sedativo tipico
di un altro lunguaggio malosfruttato e non capito
come è quello televisivo.
Pensiamo che la modernità non sia mero intrattenimento
ma innesto della sperimentazione nella tradizione.
Per essere antistorici bisogna aver studiato l’uomo
di Neanderthal.